Cronache da un’Italia che si sgretola. A pagamento

Venerdì 13, scrivo dall’orizzonte degli eventi del blackout Wind Infostrada. Uno dei più gravi della storia. Tagliato fuori dal mondo, se non avessi uno straccio di tablet che almeno i messaggi me li fa mandare. Tre ore pensando di avere un telefono-ciofeca che non va, poi scopro che mezza Italia sta penando davanti a cellulari senza rete. Le avvisaglie si erano già viste dal mattino. Io non mi sveglio nel mulino di Banderas, ma al confine tra Legnano e Busto Arsizio, capite? Bene. Stamattina, finiti gli scrutini a scuola, era il momento del tabellone. Ma siccome per lavorarci bisognava connettersi alla rete con Infostrada, vi lascio immaginare. Dopo un’ora di delirio, chiudo la borsa e me ne vado in stazione.
Col mio tablet che prendenonprende mi connetto alla rete, accedo all’area ministeriale che gestisce le mie istanze sulla piattaforma dell’Istruzione, digito le mie brave password e mi compare l’odiosa scritta: “Servizio momentaneamente non disponibile”. Momentaneamente? E’ tutto bloccato da tre giorni. E quando c’era da aggiornare le graduatorie? Una settimana di schermate bloccate. Il brutto di quando l’Italia vuol fare il paese all’avanguardia è che poi si vede chiaramente che non lo è. E non parlo di Expo, di Mose o altro. Parlo di tutti i giorni.
Oggi ad esempio è bloccato, perché in sciopero, anche il personale delle reti ferroviarie. E ieri? Ieri non c’era sciopero, ma mi han comunque soppresso il terno del ritorno: dicono che quando fa caldo il sistema elettrico dei treni va farsi benedire (no, non l’han detto proprio così). Vabbé. Ah, il treno successivo, proveniente da 6 ore di sole a picco, è arrivato al binario già 10 minuti dopo l’orario previsto per la partenza. Morale: due ore Milano-casa, km 35. E l’altro ieri? 35 sono stati i minuti per fare Milano Centrale-Bovisa, in totale km 4 o poco più.
Rientro, accendo la tv. Rai, Mondiali. Conto almeno 4 studi e 50 persone tra telecronisti di oggi e di ieri ex direttori di giornali ex calciatori quasi ex calciatori ex di calciatori ex simpatici ora antipatici elegantoni a vario titolo opinionisti comici ex comici ora tattici ex portieri ora statistici procuratori fratelli di calciatori finti esperti di America Latina volti sconosciuti di raccattapalle microfonati che con dieci non ci fai un Martellini o un Pizzul neanche a pagarli. Eppure li pagano! Li pagano? Ho coniugato male… li paghiamo, quindi anche io li pago! Sì, sì, li pago! E sono stufo, stufo, stufo di pagare le tasse per far volare in Brasile quell’armata Brancaleone che mi farà vedere 25 partite su 64, e manco tutte le più importanti.
Pensieri in libertà? Purtroppo no, perché un filo rosso c’è. Ed è che in Italia si paga per il disservizio: software costati oro che non ti permettono di produrre un tabellone con 20 voti e di fare un Esame di Stato senza intoppi; abbonamenti ferroviari con cui ti compri viaggi in piedi schiacciato come una sardina, ritardi, disagi. Abbonamenti telefonici che ti lasciano a piedi per ore senza un perché. Una tv di Stato che ti fa le pulci sui centesimi del canone salvo poi gettarti tra le braccia delle pay per evidente inadeguatezza. Posso dire che sono stufo?

Spiegato in un libro il senso di colpa (di essere animali)

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Ci sono libri il cui titolo promette mari e monti, e il cui contenuto non mantiene quasi nulla. Ce ne sono altri, invece, che a vedere la copertina sembrano dimessi, aridini, oppure specialistici e settoriali, e invece ti capitano in mano e ti aprono orizzonti.

E’ il caso di opere famose, come quelle di Richard Dawkins, soprattutto “Il gene egoista” e “L’orologiaio cieco”, da poco rispolverate da Mondadori e mai abbastanza lette e meditate. Oppure del “Mondo senza di noi”, un bellissimo what if di Alan Weisman (Einaudi, in Italia).

Leggetevi ad esempio “Debellare il senso di colpa. Contro l’ansia e la sofferenza psichica”, dello junghiano Lucio della Seta (Marsilio), che passa inosservato sugli scaffali e invece affronta, in maniera al contempo leggera e profonda, “la paura più grande di un essere umano” che, “insieme alla paura della morte, a cui è spesso associata, è quella di non valere agli occhi degli altri”. Un’inquietudine che genera ansia, paura (che poi, si scopre, sono la stessa emozione), e favorisce il senso di colpa.

Retorica? Tutt’altro: anche perché più che un tentativo terapeutico (sarebbe banale) è un libro di indagine. Si salda a Dawkins quando ipotizza che “gli individui siano solo veicoli provvisori del Dna”, ci piace oltremisura quando affronta la genesi infantile del peccato originale.

E dice, fra l’altro: “Se si ritiene che esista un senso di colpa davvero originale, ci sono vari indizi che portano a pensare che l’uomo si senta sbagliato per il fatto di essere un animale, e viva questa condizione come una condanna, una maledizione alla quale vuole sfuggire.
Gli indizi di cui parlavo sono nei tentativi di uscire dalla condizione di animale a tutti i costi, anche con iniziative fantasiose o allucinatorie. La più grossolana è di volersi credere fatti a immagine di Dio. Un’altra è l’imputazione di nefandezza alla nostra sessualità, così sconciamente uguale a quella di tutti i mammiferi.
Ancora, poi, c’è l’idea dell’ascesi, una via libera dalle inaccettabili funzioni e fattezze animali. E la necessità di non avere un corpo ha fatto proiettare in cielo il problema. Lo si vede nella progressiva de-corporeizzazione degli dei nelle concezioni religiose, dalle più antiche civiltà conosciute fino ai nostri tempi.
Infine, c’è la sacralizzazione della coscienza. Una funzione che opera in aggiunta e accanto agli istinti, anche in modo conflittuale, e che sentiamo, insieme al pensiero, come incorporea.
Questa funzione è stata sacralizzata e denominata anima, spirito, psiche (aria, soffio, vento, cioè forza vitale che non si vede e non si palpa), il che ha suscitato innumerevoli costruzioni metafisiche ed esoteriche.
Se il senso di colpa di essere degli animali esiste davvero, si tratta di uno stadio primitivo nell’evolvere della coscienza umana…”. Insomma, ci pare un bel libro.

Intermezzo serio

Esercitiamoci a pensare che solo ciò che accade poteva accadere, perché la potenzialità esiste solo nei salti all’indietro della nostra mente. In effetti, vista dal futuro, la storia appare come uno svolgersi di eventi cristallizzati e insostituibili.

Nel passato non c’è interscambiabilità di accadimenti, e questa è una lezione anche per il presente. Se, come noi che scriviamo, siete dei nostalgici, sappiate che solo ciò che è accaduto ha avuto il guizzo di accadere, come uno spermatozoo su innumerevoli, solo, raggiunge la meta.

Lo stesso vale per tutti i rimpianti di cui vi nutrite. Lo stesso vale per noi, e per tutti quelli che si dibattono in problemi insolubili, perché essi stessi sono il problema, e il velo dell’ignoranza non si squarcia dall’interno. Proprio come il velo del tempo.

#Invalsi2014

A poche ore dalla chiusura dei famigerati test Invalsi, una cosa bisogna pur ammetterla: al di là di tutto, l’Invalsi ha ottenuto un bel successo di marketing. Tutti ne parlano, ragazzi, genitori e docenti, tutti affettano indifferenza e disprezzo (“essere giudicati? bah!”), ma tutti, puntualmente, vedono i test con curiosità, li attendono con un pizzico di agitazione (soprattutto i più piccolini, quelli della primaria), li commentano, li vivono come un momento speciale, di rendicontazione, di performance.

Insomma, dopo pochi anni i test Invalsi sono già diventati un casus. Chi scrive, che l’anno scorso ha avuto la ventura di parteciparvi come osservatore esterno, pensa che forse non saranno il migliore degli accertamenti possibili; ma che in fondo sia impensabile che chi insegna debba per statuto sfuggire a ogni tipo di valutazione, anche solo per capire se la strada che ha intrapreso è quella giusta (lasciamo perdere assunzioni ed eventuali aumenti stipendiali legati al risultato, qui la strada è lunga e impervia).

Si dice qua e là: “D’accordo, io ci sto, ma è il come che proprio non va giù”. Ci sono gli scettici e i decisamente contrari, che si arroccano dietro il baluardo del “sì, ma non così”. Ma -diciamo noi- la retorica del “così non va” ha bloccato per decenni questo paese. Anche perché chi la accampa, generalmente, non ha poi alternative da proporre, e si limita a esercitare sterili veti.

L’Istruzione cambia il pelo (ma non…)

E’ finalmente (forse) giunto all’epilogo il pallido ministero di Maria Chiara Carrozza, la bioingegnera che, nelle ingenue intenzioni di chi, conterraneo, l’aveva piazzata in Trastevere, avrebbe forse dovuto dare l’abbrivio al rinascimento scientifico della nostra “povera Italia” (uso parole “sue di lei”).

E nella Repubblica in cui meriti e demeriti spesse volte coincidono, e in cui ultimamente al Miur abbiamo avuto ministri del “fare peggio” e ministri del “non fare”, alla pisana (oh, Nievo! oh, quando all’Italia ci credevano davvero!) spetta se non altro il merito di appartenere alla schiera dei secondi. Un ministero attendista, semmai troppo university oriented (e non stupisce, data l’estrazione della titolare), con qualche cedimento anche imbarazzante: primo fra tutti l’aver glissato più volte sul problema dei precari, nonostante i gonfaloni iniziali (con minaccia -addirittura…- di dimissioni! Bum!).

E mentre il ministro uscente, negli “ultimi messaggi” sui social, si sofferma lacrimevolmente (sperando forse di essere trattenuta per la giacca) a descrivere minuto per minuto le tappe del suo ritorno a casa in mezzo alla decadenza, quasi un Rutilio Namaziano post-litteram, noi leggiamo fesserie come il progetto di levare la filosofia dalle scuole e altre simili amenità. Su latino e storia dell’arte, non rivanghiamo. E però ci viene, come sempre, la tentazione di vivere peggio. Quindi di non spegnere la mente e di riflettere, in pillole.

Cambiano i ministri, restano le peggiori intenzioni (ops! Da Nievo a… Piperno, lì nell’Italia non ci si credeva già più e si vede). Resta il sogno di un’Italia scientificissima, di un’Italia inglesissima, senza capire che siamo la patria della cultura in senso lato, a trecentosessanta gradi, da cui (e solo da cui) emergono tutti i saperi, anche quelli scientifici, e migliori. 450 anni fa Galileo ci ha spiegato che l’intelletto umano non funziona per sostituzione, come i cassetti di un comodino: tolgo le mutande e faccio posto ai fazzoletti, tolgo il latino e faccio posto all’astrofisica. No, l’uomo è complesso, è sistemico, e semmai funziona per integrazione dei saperi. L’avevamo capito prima degli altri, e per primi l’abbiamo dimenticato.

Intendiamoci: sono il primo fan del sapere scientifico, sogno un’Italia in cui si vincano le malattie e ci si sposti agevolmente, si utilizzi energia pulita e si sveli il mistero dell’universo. Ma solo un alienato non vorrebbe tutto ciò, e infatti il punto non è questo: il punto è che ancora una volta, in spregio alle nostre tradizioni e a quello che, lo si ammetta o no, sappiamo fare meglio, ci siamo lasciati imbambolare da suggestioni esotiche: numeri, grafici, tabelle, tecnologia, cibernetica, formule… ma l’Italia non è il Giappone, non è la Cina, non è l’America. Vogliamo diventare quello che non siamo, e Camus diceva: “Invece di uccidere e morire per diventare quello che non siamo, dovremo vivere e lasciare vivere per creare quello che realmente siamo”.

Il network come rappresentazione (senza volontà)

Che si stia progressivamente rompendo il diaframma tra pubblico e privato, non pare essere ormai una novità per nessuno. Ma l’amplificazione dei devastanti effetti della perdita di questa sorta di imene protettiva è quotidianamente sotto gli occhi di tutti.

 

Non è raro subire sui social network la strumentale rappresentazione che gli uomini della società 2.0 danno di loro: dichiarazioni sguaiate d’amore per la moglie, molto spesso seduta al loro fianco sul divano e talora distrattamente guardata, condivisione di dolori che un tempo sarebbero stati vissuti nell’intimità di una cerchia famigliare; attestazione quasi puerile di successi personali, che vanno dai chilometri di corsa raggiunti con pervicace sforzo per tirar giù la pancetta a promozioni e riconoscimenti in campo lavorativo, per i quali ci si aspetta l’agognato “mi piace”.

 

Si vive in vetrina, in sostanza, come le donne di Amsterdam che tanto turismo attiravano per la loro stranezza e per il dono, sostanzialmente a buon mercato, dei loro corpi.

 

Noi ci svendiamo gratis. L’abitudine a condividere, o modellare come il didò, le nostre vite ci ha nel breve torno di un lustro tolto ogni reticenza e ogni riserbo. Volontariamente esposti al grande fratello dei media fai da te, un po’ come i concorrenti del grande fratello televisivo, tendiamo progressivamente a sentirci a nostro agio a dire anche quello che si era un tempo disposti a confessare solo tra le 4 mura della famiglia e spesso con uno sguardo di disappunto dei genitori.

 

Che il capoufficio, la collega, il professore, il vigile fossero… insomma, poco amati, per dirla con eufemismi, lo si sapeva. Ma l’insulto, lecito in privato, non varcava la porta del salotto. Su facebook e sui blog oggi non si esita a fare nome e cognome, e non per sottolineare mali pubblici, condotte da emendare, come sarebbe produttivo, ma semplicemente per affogare nel qualunquismo mediatico, senza l’uso di argomenti validi, il nemico del momento. Risulta facile, e forse è anche prodotto dalla dilagante codardia, perché il nemico non si può difendere e non ci guarda negli occhi.

 

Certi discorsi, che oggi impazzano sui media, sia tra i comuni mortali sia tra i membri dell’intellighenzia che ci dovrebbe guidare, per la loro natura greve, vuota e sterile, un tempo non sarebbero stati accettati neppure dal più disprezzato energumeno avventore di un bar.