Il network come rappresentazione (senza volontà)

Che si stia progressivamente rompendo il diaframma tra pubblico e privato, non pare essere ormai una novità per nessuno. Ma l’amplificazione dei devastanti effetti della perdita di questa sorta di imene protettiva è quotidianamente sotto gli occhi di tutti.

 

Non è raro subire sui social network la strumentale rappresentazione che gli uomini della società 2.0 danno di loro: dichiarazioni sguaiate d’amore per la moglie, molto spesso seduta al loro fianco sul divano e talora distrattamente guardata, condivisione di dolori che un tempo sarebbero stati vissuti nell’intimità di una cerchia famigliare; attestazione quasi puerile di successi personali, che vanno dai chilometri di corsa raggiunti con pervicace sforzo per tirar giù la pancetta a promozioni e riconoscimenti in campo lavorativo, per i quali ci si aspetta l’agognato “mi piace”.

 

Si vive in vetrina, in sostanza, come le donne di Amsterdam che tanto turismo attiravano per la loro stranezza e per il dono, sostanzialmente a buon mercato, dei loro corpi.

 

Noi ci svendiamo gratis. L’abitudine a condividere, o modellare come il didò, le nostre vite ci ha nel breve torno di un lustro tolto ogni reticenza e ogni riserbo. Volontariamente esposti al grande fratello dei media fai da te, un po’ come i concorrenti del grande fratello televisivo, tendiamo progressivamente a sentirci a nostro agio a dire anche quello che si era un tempo disposti a confessare solo tra le 4 mura della famiglia e spesso con uno sguardo di disappunto dei genitori.

 

Che il capoufficio, la collega, il professore, il vigile fossero… insomma, poco amati, per dirla con eufemismi, lo si sapeva. Ma l’insulto, lecito in privato, non varcava la porta del salotto. Su facebook e sui blog oggi non si esita a fare nome e cognome, e non per sottolineare mali pubblici, condotte da emendare, come sarebbe produttivo, ma semplicemente per affogare nel qualunquismo mediatico, senza l’uso di argomenti validi, il nemico del momento. Risulta facile, e forse è anche prodotto dalla dilagante codardia, perché il nemico non si può difendere e non ci guarda negli occhi.

 

Certi discorsi, che oggi impazzano sui media, sia tra i comuni mortali sia tra i membri dell’intellighenzia che ci dovrebbe guidare, per la loro natura greve, vuota e sterile, un tempo non sarebbero stati accettati neppure dal più disprezzato energumeno avventore di un bar.

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