L’Istruzione cambia il pelo (ma non…)

E’ finalmente (forse) giunto all’epilogo il pallido ministero di Maria Chiara Carrozza, la bioingegnera che, nelle ingenue intenzioni di chi, conterraneo, l’aveva piazzata in Trastevere, avrebbe forse dovuto dare l’abbrivio al rinascimento scientifico della nostra “povera Italia” (uso parole “sue di lei”).

E nella Repubblica in cui meriti e demeriti spesse volte coincidono, e in cui ultimamente al Miur abbiamo avuto ministri del “fare peggio” e ministri del “non fare”, alla pisana (oh, Nievo! oh, quando all’Italia ci credevano davvero!) spetta se non altro il merito di appartenere alla schiera dei secondi. Un ministero attendista, semmai troppo university oriented (e non stupisce, data l’estrazione della titolare), con qualche cedimento anche imbarazzante: primo fra tutti l’aver glissato più volte sul problema dei precari, nonostante i gonfaloni iniziali (con minaccia -addirittura…- di dimissioni! Bum!).

E mentre il ministro uscente, negli “ultimi messaggi” sui social, si sofferma lacrimevolmente (sperando forse di essere trattenuta per la giacca) a descrivere minuto per minuto le tappe del suo ritorno a casa in mezzo alla decadenza, quasi un Rutilio Namaziano post-litteram, noi leggiamo fesserie come il progetto di levare la filosofia dalle scuole e altre simili amenità. Su latino e storia dell’arte, non rivanghiamo. E però ci viene, come sempre, la tentazione di vivere peggio. Quindi di non spegnere la mente e di riflettere, in pillole.

Cambiano i ministri, restano le peggiori intenzioni (ops! Da Nievo a… Piperno, lì nell’Italia non ci si credeva già più e si vede). Resta il sogno di un’Italia scientificissima, di un’Italia inglesissima, senza capire che siamo la patria della cultura in senso lato, a trecentosessanta gradi, da cui (e solo da cui) emergono tutti i saperi, anche quelli scientifici, e migliori. 450 anni fa Galileo ci ha spiegato che l’intelletto umano non funziona per sostituzione, come i cassetti di un comodino: tolgo le mutande e faccio posto ai fazzoletti, tolgo il latino e faccio posto all’astrofisica. No, l’uomo è complesso, è sistemico, e semmai funziona per integrazione dei saperi. L’avevamo capito prima degli altri, e per primi l’abbiamo dimenticato.

Intendiamoci: sono il primo fan del sapere scientifico, sogno un’Italia in cui si vincano le malattie e ci si sposti agevolmente, si utilizzi energia pulita e si sveli il mistero dell’universo. Ma solo un alienato non vorrebbe tutto ciò, e infatti il punto non è questo: il punto è che ancora una volta, in spregio alle nostre tradizioni e a quello che, lo si ammetta o no, sappiamo fare meglio, ci siamo lasciati imbambolare da suggestioni esotiche: numeri, grafici, tabelle, tecnologia, cibernetica, formule… ma l’Italia non è il Giappone, non è la Cina, non è l’America. Vogliamo diventare quello che non siamo, e Camus diceva: “Invece di uccidere e morire per diventare quello che non siamo, dovremo vivere e lasciare vivere per creare quello che realmente siamo”.

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