#Invalsi2014

A poche ore dalla chiusura dei famigerati test Invalsi, una cosa bisogna pur ammetterla: al di là di tutto, l’Invalsi ha ottenuto un bel successo di marketing. Tutti ne parlano, ragazzi, genitori e docenti, tutti affettano indifferenza e disprezzo (“essere giudicati? bah!”), ma tutti, puntualmente, vedono i test con curiosità, li attendono con un pizzico di agitazione (soprattutto i più piccolini, quelli della primaria), li commentano, li vivono come un momento speciale, di rendicontazione, di performance.

Insomma, dopo pochi anni i test Invalsi sono già diventati un casus. Chi scrive, che l’anno scorso ha avuto la ventura di parteciparvi come osservatore esterno, pensa che forse non saranno il migliore degli accertamenti possibili; ma che in fondo sia impensabile che chi insegna debba per statuto sfuggire a ogni tipo di valutazione, anche solo per capire se la strada che ha intrapreso è quella giusta (lasciamo perdere assunzioni ed eventuali aumenti stipendiali legati al risultato, qui la strada è lunga e impervia).

Si dice qua e là: “D’accordo, io ci sto, ma è il come che proprio non va giù”. Ci sono gli scettici e i decisamente contrari, che si arroccano dietro il baluardo del “sì, ma non così”. Ma -diciamo noi- la retorica del “così non va” ha bloccato per decenni questo paese. Anche perché chi la accampa, generalmente, non ha poi alternative da proporre, e si limita a esercitare sterili veti.

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