Spiegato in un libro il senso di colpa (di essere animali)

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Ci sono libri il cui titolo promette mari e monti, e il cui contenuto non mantiene quasi nulla. Ce ne sono altri, invece, che a vedere la copertina sembrano dimessi, aridini, oppure specialistici e settoriali, e invece ti capitano in mano e ti aprono orizzonti.

E’ il caso di opere famose, come quelle di Richard Dawkins, soprattutto “Il gene egoista” e “L’orologiaio cieco”, da poco rispolverate da Mondadori e mai abbastanza lette e meditate. Oppure del “Mondo senza di noi”, un bellissimo what if di Alan Weisman (Einaudi, in Italia).

Leggetevi ad esempio “Debellare il senso di colpa. Contro l’ansia e la sofferenza psichica”, dello junghiano Lucio della Seta (Marsilio), che passa inosservato sugli scaffali e invece affronta, in maniera al contempo leggera e profonda, “la paura più grande di un essere umano” che, “insieme alla paura della morte, a cui è spesso associata, è quella di non valere agli occhi degli altri”. Un’inquietudine che genera ansia, paura (che poi, si scopre, sono la stessa emozione), e favorisce il senso di colpa.

Retorica? Tutt’altro: anche perché più che un tentativo terapeutico (sarebbe banale) è un libro di indagine. Si salda a Dawkins quando ipotizza che “gli individui siano solo veicoli provvisori del Dna”, ci piace oltremisura quando affronta la genesi infantile del peccato originale.

E dice, fra l’altro: “Se si ritiene che esista un senso di colpa davvero originale, ci sono vari indizi che portano a pensare che l’uomo si senta sbagliato per il fatto di essere un animale, e viva questa condizione come una condanna, una maledizione alla quale vuole sfuggire.
Gli indizi di cui parlavo sono nei tentativi di uscire dalla condizione di animale a tutti i costi, anche con iniziative fantasiose o allucinatorie. La più grossolana è di volersi credere fatti a immagine di Dio. Un’altra è l’imputazione di nefandezza alla nostra sessualità, così sconciamente uguale a quella di tutti i mammiferi.
Ancora, poi, c’è l’idea dell’ascesi, una via libera dalle inaccettabili funzioni e fattezze animali. E la necessità di non avere un corpo ha fatto proiettare in cielo il problema. Lo si vede nella progressiva de-corporeizzazione degli dei nelle concezioni religiose, dalle più antiche civiltà conosciute fino ai nostri tempi.
Infine, c’è la sacralizzazione della coscienza. Una funzione che opera in aggiunta e accanto agli istinti, anche in modo conflittuale, e che sentiamo, insieme al pensiero, come incorporea.
Questa funzione è stata sacralizzata e denominata anima, spirito, psiche (aria, soffio, vento, cioè forza vitale che non si vede e non si palpa), il che ha suscitato innumerevoli costruzioni metafisiche ed esoteriche.
Se il senso di colpa di essere degli animali esiste davvero, si tratta di uno stadio primitivo nell’evolvere della coscienza umana…”. Insomma, ci pare un bel libro.

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